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Salute - Sicurezza Alimentare
Mercurio nel pesce, come evitarlo?

In Italia troppe specie di grossa taglia risultano contaminate oltre i valori consentiti. Raccomandazioni per le donne in età feconda, incinte o in fase di allattamento

Mercurio nel pesce, come evitarlo?

È uno degli alimenti più consigliati dagli specialisti, a prescindere dalla persona che hanno di fronte: bambino o no, uomo o donna, soggetto sano o meno. Il pesce mette tutti d’accordo e l’estate rappresenta il momento dell’anno in cui i consumi crescono: si va in vacanza nelle località di mare, si ha più tempo a disposizione e si consumano pesci, molluschi e crostacei con maggior frequenza. 

TROPPO MERCURIO? - Gli unici intoppi possono giungere dalla sicurezza di ciò che viene messo a tavola. Estremamente attuale è il tema della contaminazione da metilmercurio, la forma del metallo più assorbita dall'uomo, che ne risulta quasi esclusivamente attraverso il consumo di prodotti della pesca. In Italia, nei primi sei mesi del 2014, ci sono stati sessanta sequestri di lotti di pesce contaminati oltre i valori consentiti. E una recente indagine condotta da Altroconsumo ha evidenziato come, su 46 tranci di pesce (spada, tonno, smeriglio, verdesca, palombo) esaminati, otto risultavano fuori legge e 12 custodivano un quantitativo di mercurio entro i parametri, ma sconsigliabile alle donne gravide e ai bambini. Un problema che, in Europa, risulta di tale portata soltanto nel Belpaese. «Questo non sorprende, però, perché la specie più esposta alla contaminazione chimica da mercurio è il pesce spada e gli italiani, soprattutto nelle regioni del Nord, ne sono grandi consumatori - afferma Patrizia Cattaneo, direttore della scuola di specializzazione in ispezione degli alimenti di origine animale all’università di Milano -. Quello fresco arriva soprattutto dalla Spagna e, se pescato in Mediterraneo, risulta avere livelli di metilmercurio più elevati rispetto a quello di origine atlantica».  

IL DILEMMA - Nessun allarme, però. Consumare una volta prodotti che contengono mercurio oltre i limiti fissati dalle istituzioni (leggi l’ultimo rapporto Efsa sul tema) non provoca l’intossicazione che, oltre ai sintomi gastrointestinali, è in grado di causare danni al tessuto nervoso e può essere trasmessa al feto tramite la placenta o al neonato attraverso il latte materno. Le recenti indicazioni della comunità scientifica sono abbastanza chiare: le donne incinte e i bambini, per essere tranquilli, non dovrebbero mangiare gli squali (palombo, verdesca, smeriglio), il pesce spada e i tonni di grandi dimensioni come quello rosso. La Food and Drug Administration fa riferimento anche allo sgombro, «ma menziona una specie che può arrivare anche a 14 chili ed è del tutto diversa da quella che si consuma in Italia - prosegue Cattaneo -. Le donne in età feconda, incinte e in fase di allattamento dovrebbero limitare il consumo di pesci di grossa taglia, in cui il mercurio si accumula con più facilità per la biomagnificazione: quel processo che porta i predatori ad avere concentrazioni più alte di contaminanti rispetto alle prede». Nessun problema, invece, per il tonno in scatola e quello fresco che si trova al supermercato, generalmente della specie pinne gialle (di piccola taglia), in cui i valori di metilmercurio appaiono sempre ampiamente entro i limiti di legge. Le raccomandazioni riportano a galla un quesito: è sempre meglio beneficiare delle proprietà nutrizionali dei prodotti ittici o conviene prestare più attenzione agli inquinanti che in essi possono essere contenuti? «Purtroppo i pesci che hanno un maggior contenuto di omega 3 sono anche quelli che mostrano una maggiore concentrazione di mercurio - è andata giù duro Marion Nestle, docente di scienze della nutrizione all’università di New York, in un editoriale pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition -. Il consumatore difficilmente sa riconoscere i pesci da evitare».

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